Condividi l'articolo 2004 - La storia continua: ----- Original Message ----- From: Michèle To: .......... ...
«18 novembre 1982: cara Eleonora ti sto aspettando»
Lettera aperta a mia figlia
Verso circa la metà dell’anno 1987, mi arrivò una lettera dal Tribunale dei Minorenni di Genova: ero invitata a recarmi a fine dicembre presso la loro Corte per difendere il mio diritto di maternità… In caso non mi fossi presentata, veniva dichiarato il tuo stato di adottabilità.
Pochi mesi prima ti avevo affidata ad una famiglia che conoscevo, vicino al posto dove, dal 18 di novembre 1982 in poi, ti avevo cresciuta durante i tuoi primi 6 -7 mesi di vita e dove allora avevamo ancora un piccolo buco di casa, in un buco di paese dell’entroterra albenganese. Ma il guaio era che io mi trovavo cosi lontana dalla Liguria e che, per raggiungere Genova da Napoli, ci voleva anche qualche soldino da parte e la possibilità di assentarsi dal lavoro per almeno 4 giorni; ed io quelle due piccole opportunità non le avevo. Il lavoro era derrata rara e dormire in albergo, anche se da due soldi, costava caro.
Famiglia non ne avevo, gente a cui chiedere aiuto nemmeno. Dopo quattro anni di lotte incessanti a girovagare per mari e monti, cambiando città o paese ogni mese e saltando da un treno all’altro (con una decina di valigie in mano e spesso con te sotto braccio), io forze non ne avevo più, né fisiche, né mentali… Eppure Dio sa se quest’ultime, come la speranza, da me sono dure da morire! Un lavoro, una casa, una spalla a cui appoggiarci, un futuro qualsiasi per noi due non c’erano. Ho fatto l’unica cosa che mi restava da fare per la nostra salvezza: tentare di salvaguardare almeno il tuo avvenire. Tu ancora hai la vita davanti a te, cerca di non sprecarla come l’ho sprecata io… perché è per la tua felicità che ho rinunciato a te.
Io non ti sto cercando perché più o meno so dove sei e perché so che stai bene… almeno apparentemente. Ma dentro..., "come stai"? Non ti sto cercando perché non voglio turbare né te né la famiglia che da 17 anni si prende cura di te con amore. Non ti sto cercando, perché senz’altro non saprei cosa dirti né come spiegarti. Non ti sto cercando perché sicuramente non capiresti e perché temo la tua rabbia, il tuo rancore, la tua incomprensione. Però è importante che tu sappia che se non ti sto cercando ti sto invece aspettando. Presto o tardi il cancro avrà ragione di me ed è importante che tu sappia chi sei e da dove vieni. Un essere umano non può vivere serenamente senza conoscere le proprie radici. Una donna che mette al mondo un figlio non può vivere o morire senza MAI farsi conoscere, è DISUMANO !
Ciao Eleonora: sicuramente in questo giorno speciale del tuo compleanno sei molto triste e chissà da quanti tremendi pensieri sei assillata. Vuoi sapere se oggi ti sto pensando? Ecco la mia risposta. Mi vuoi conoscere? Devi solo accendere un PC e collegarti a Internet: farai presto a trovarmi.
... Lettera alla quale
Risponde la giornalista, Luisa Forti
" Cara amica, pubblico la sua lettera con grande apprensione: dopo aver tolto tutti quei riferimenti che potrebbero dare modo a sua figlia di riconoscersi. La sua è una storia sfortunata e dolorosa. Lei non ha pensato a come sua figlia potrebbe reagire di fronte alla sua mamma "biologica"? Cara signora, i figli sono di chi li alleva, non di chi li fa. Le più moderne scuole di pensiero ci riferiscono dei drammi che potrebbe subire una creatura adottata, e già inserita nel mondo, nel dovere incontrare la mamma biologica, mai conosciuta. Signora, sia generosa e ci ripensi. Voglia veramente bene a sua figlia e la lasci vivere dov’è. Il rischio è grave: quello di squarciarle il cuore."
Domenica 28 novembre 2004
Articolo pubblicato sul «Secolo XIX» - A cura di Marco Menduni
Numerosi fatti sono stati deformati o non rispettano l’ordine cronologico: per cui troverete dei paragrafi separati con l’aggiunta di varie annotazioni in rosso, il che significa che piano piano seguiranno le dovute correzioni...
Nel frattempo, ecco la versione integrale :
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Lasciò la bambina e si trasferì in Belgio. La giovane ora ha 23 (sic! 22) anni e vive a Genova
Appello alla figlia data in adozione
La madre: «non la cerco, ma spero che lei mi voglia parlare»
Genova - Vive in un appartamentino di Bruxelles e trascorre le serate al computer, su Internet. Cerca si stabilire un contatto con la figlia che nel 1987 ha lasciato in adozione. «Per povertà, stanchezza, disperazione», racconta Michèle Brock, 56 anni. Dopo un’esistenza difficile, gravemente malata, lancia il suo messaggio sulla rete. «Ho saputo che mia figlia, che oggi ha 23 (sic, 22!) anni, vive a Genova. Non la cerco e non voglio turbare la serenità di chi l’ha cresciuta. Ma desidero che lei, se lo vorrà, possa trovare me». Alla giovane ha anche scritto una lettera: «Posso spiegarti tutto. Ho fatto l’unica cosa possibile per salvare la tua vita».
Menduni a pagina 7
LA STORIA - Nel 1987 la donna aveva affidato la bimba a degli amici perché non era in grado di mantenerla. Ora è molto malata
« Vorrei solo ritrovare mia figlia »
Michèle Brock sa che la ragazza è stata adottata e vive a Genova
Bruxelles. Dall’unica finestra dell’appartamentino di ventotto metri quadrati, in rue dell’Araucaria, la visuale dell’esistenza è obbligata. Gli alberi, il Palazzo Reale, la (relativa) tranquillità che scandisce i tempi di una capitale meno caotica di tante metropoli europee. E’ uno scrigno appartato, un cammeo, un laboratorio di alchimista dove meditare e ripercorrere l’esistenza. Qui Michèle Brock dedica le sue serate a scrivere. Affida a Internet la sua missione. Ritrovare la figlia che, nel 1987, ha lasciato in adozione «per povertà, stanchezza, disperazione». Sa, ed è l’unica cosa che è riuscita a sapere, che la ragazza vive a Genova. Ha ventitré anni. (Sic! 22) «In realtà — racconta — non la cerco. Ma voglio che lei, se lo vuole, possa trovarmi». Le ha anche scritto una lettera, pubblicata dal Secolo XIX (a pagina 39, nell’edizione del 17 novembre).
Una vita, quella di Michèle Brock, che sconvolge le convinzioni più radicate, che sfugge ai più scontati (e logori) luoghi comuni. Contrassegnata da scelte importanti e dolorose. Abbandonare la figlia di quasi cinque anni, convinta che «era meglio l’adozione, per darle un futuro sereno, per regalarle una vita migliore». Così come fuggire a diciassette anni dal collegio, da un destino che le spianava l’agiatezza, per insofferenza alle regole. Per amore della notte, della trasgressione, della clandestinità. E, oggi, ringraziare la malattia (un melanoma) che sette anni fa ha iniziato a scandire il conto alla rovescia. Sembrava ineluttabile; Michèle però è ancora qui. «Ero in miseria, dormivo sulla strada (ben, non proprio, ma ci è mancato un pelo...) Quando mi hanno diagnosticato il male, ho iniziato a godere degli aiuti sociali. Qualche soldo, una casa». Cinque anni di vita, fu il responso di allora. «Invece ne sono trascorsi sette. La malattia non è debellata ma ha rallentato il suo corso; ho trovato un lavoro, sono una dipendente pubblica». Uno stipendio da 1.137 € (che saranno di meno dal gennaio del 2005 in poi) al mese per pagare l’affitto e garantirsi una sopravvivenza dignitosa, non più stentata.
Michèle ha trascorso un intero pomeriggio, quello del 16 novembre, seduta alla scrivania in quel minuscolo open space che è la sua abitazione. Seduta davanti al computer, a picchiettare sulla tastiera e a riempire gli spazi vuoti del suo sito Internet. A scrivere una lettera alla figlia. Nata il 18 novembre 1982, vissuta insieme alla madre per cinque anni. Finché Michèle, allo stremo, costretta dal suo lavoro di entraineuse a vivere con la valigia in mano, «senza più forze fisiche e mentali», ha deciso di affidarla a un’altra famiglia. (O, più esattamente, a "ancora un’altra famiglia", la sesta...) Una famiglia che, è riuscita a sapere, vive a Genova. E’ l’unica informazione, perché tutte le altre sono protette da una coltre granitica di segretezza e di silenzio. «Io non sto cercando mia figlia — ripete Michèle Brock — e non voglio turbare la serenità di chi da diciassette anni si prende cura di lei. Non la sto cercando, ma la sto aspettando. Voglio che sappia che, se mai lo vorrà, io sono qui. Pronta a spiegarle tutto».
Michèle Brock è una signora di 56 anni. Nelle sue rughe si intrecciano la memoria di una bellezza giovanile sfrontata e intrigante e i dolori di una vita difficile. «Sprecata», sussurra scuotendo la testa. Figlia di un industriale belga della plastica, orfana (di padre) a due anni. E' la madre che prende in mano le redini dell’azienda di famiglia e Michèle che finisce in collegio. Studia da ereditiera e apprende cinque lingue. A diciassette anni fugge per la prima volta. «Volevo ballare, mi piaceva vivere la notte. Amavo i locali». Sfumano il diploma, sfuggono le specializzazioni. Ma sono gli anni dei soldi facili, del mondo rutilante e psichedelico delle discoteche. «Prima barista, poi ballerina». Infine entraineuse.
L’avventura italiana si preannuncia propizia. Ingaggi, richieste, l’opulenza mazzettara degli anni Ottanta. Michèle si stabilisce in un paesino nell’albenganese. Lavora nei locali di Genova e della Riviera. (Sic) «In quegli anni è morta mia madre e ho ottenuto anche una grossa eredità». (Sic)Poi l’incontro con due uomini. (Sic! Con una vita di notte e avventurosa come la mia, mi viene proprio da ridere...) «Il primo mi ha coinvolto in una serie di operazioni immobiliari fallimentari e mi ha portato via tutto. (falso, non è andata cosi) Il secondo era sposato. Mia figlia è figlia sua. Non l’ha mai saputo, ma io ho deciso di tenerla». (Sic! – Vedi 2001, messaggio intitolato«A PROPOSITO DEI PADRI») Decisione tanto coraggiosa quanto insostenibile: «Non volevo più lavorare nei night. Ma non sapevo fare nulla. Nulla. (Sic!!!) Ho tentato come cameriera, ma non riuscivo a mantenere me e la piccola. Lo stipendio se ne andava via in baby-sitter». (E famiglie varie..)
Torna, Michèle, ai flute, allo champagne, ai tavolini fumosi. Il nuovo eldorado si chiama Napoli, ma lei non è più giovanissima, non è più desideratissima. «Ogni quindici giorni si cambiava locale. Lasciavo la piccola da sola in pensione, rincasavo alle cinque del mattino, alle sette la portavo al nido. Dormivo qualche ora». Trascorrono così altri quattro anni. Michèle è una donna devastata. (...) «Sono tornata in Liguria. Ho affidato la bambina a una famiglia di amici.
(Sic! Affidataria...) Ho chiesto loro di tenerla qualche settimana: il tempo perché potessi riposarmi, rimettermi in pista. Loro, dopo due mesi, si sono allarmati e hanno avvisato i servizi sociali. Sono intervenuti i magistrati».
E’ l’agosto 1987. A Michèle arriva una lettera del tribunale dei minori di Genova: «Dovevo presentarmi per difendere il mio diritto di maternità». Michèle non lo fa: «In quel momento l’ho capito. Era l’unico modo di salvaguardare almeno l’avvenire di mia figlia».
Da quel momento la vita della donna è una lenta discesa agli inferi, senza speranza di resurrezione. Ha ormai quarant’anni. Troppo vecchia perché i clienti facciano saltare, per lei, i tappi allo champagne. Torna in Liguria, fa la cameriera ai piani. Un amico le procura un lavoro
(Sic! Ci sarebbe tanto da raccontare...) in
famiglia (italiana) in Germania. Poi
svanisce anche quell’opportunità. Michèle torna in Belgio. Non ha più un soldo in tasca. «Ero praticamente in mezzo alla strada». La trovano, smarrita e tremante, gli assistenti sociali.
(...) Viene ricoverata in ospedale. Le diagnosticano un melanoma. «Ha un senso dire che la malattia è stata la mia salvezza? Per me ha senso. Da quel
giorno, passo dopo passo, sono riuscita a riprendere le redini della mia vita». Il sorriso di congedo è gentile. Poi si perde di nuovo, Michèle, nel suo computer. Frequenta due siti
(www.sosabbandono.com
e http://groups.msn.com/S-O-S-Abbandonoeadozione), cerca un contatto con la figlia. Sa che vive a
Genova. «Non la cerco. Ma spero che lei voglia trovarmi. Anche cercandomi su Internet».
Marco Menduni
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